Alla mamma di Marco Vannini

Cara mamma di Marco Vannini,

è da un po’ che volevo scriverti. Ne è passato di tempo, il tempo della giustizia che non c’è stata e il tempo della rassegnazione che mai ci sarà. Perdere un figlio è il dolore più grande, insuperabile, senza eguali. Perderlo come lo hai perso tu fa molto male, primo perché per futili motivi, secondo perché ti sei sentita rispondere che si tratta di omicidio colposo e su questo c’è molto da discutere. L’omicidio colposo, come quello stradale ad esempio, porta dietro di se la distrazione, l’incauta conduzione di un mezzo, la leggerezza di una manovra affrettata, l’assunzione di sostanze psicotrope o alcolemiche che alterano di fatto lo stato psicofisico di un conducente, provocando danno, forse a se stessi e malauguratamente ad altri poveri innocenti che hanno come unica grande sfortuna di trovarsi al momento sbagliato e nel posto sbagliato. Ma Marco no, Marco era in un posto familiare, la casa della sua fidanzata, tra persone di cui si fidava e che lo hanno lasciato morire come un cane travolto in mezzo alla strada. Quello di cui non mi capacito è come possa un uomo che faceva parte della marina militare e poi dei servizi segreti , non aver usato il cervello e mantenuto la famosa ‘calma e gesso’ a cui è stato addestrato. Intendo dire, cosa pensava questo soggetto? Che non sarebbe venuto fuori il discorso dello sparo, della pallottola nel corpo del giovane? Sia in caso di intervento chirurgico, che in caso di decesso, la verità sarebbe necessariamente venuta a galla. E non mi si dica che è stato colto dallo spavento, come chi investe e scappa perché non in grado di far fronte all’evento. Non è così e non doveva andare così per diversi ordini di ragione. La prima è il ruolo lavorativo, la seconda è la conoscenza e il legame che questo povero ragazzo aveva con sua figlia, la sensibilità, la coscienza di un essere umano e l’intelligenza, cavolo, l’intelligenza! Cosa credeva? Cosa sperava? Qualcuno prova ad utilizzare la difesa che, non essendo stato lui, voleva coprire suo figlio.  E come lo ha coperto? Intendo dire, se si fossero regolati diversamente, questi poveri inetti, la giustizia italiana non li avrebbe nemmeno puniti! Incauta custodia dell’arma, sparo accidentale, corsa in ospedale, omicidio colposo. Invece no! Qui ci troviamo dinanzi ad omicidio doloso, che se non si figura al momento dello sparo, si configura nell’omissione di soccorso. Questa famiglia, verosimilmente egocentrata, chiusa tra i suoi membri, invece di pensare a riparare a un grande danno ne ha creato uno ancora più grande, ed a farne le spese è stato un povero innocente. Per questo auspico, come il resto del mondo, che il terzo grado di giudizio metta la parola fine a queste pantomime e assurdità processuali, che rappresentano una difesa forzata dei colpevoli ed una mazzata ulteriore per te mamma e per tuo marito, che dovete fare i conti con la perdita assurda di un figlio e il tormento che si sarebbe potuto salvare, l’agonia di averlo saputo stremato dal dolore e l’impossibilità di averlo potuto aiutare, avendo per giunta appreso che, disperato, cercava proprio il tuo aiuto mamma. Deve essere qualcosa di terribile! Cara mamma come ti posso consolare? Nessuno può farlo. Quando sento una tua intervista mi sale un groppo alla gola e mi escono fuori lacrime incontrollate. Povero Marco, povera te, povero papà. L’errore è un fatto umano, pure che un padre voglia coprire un figlio, ma far morire un ragazzo innocente in quel modo, accampare scuse, raccontare storie assurde, non troverà mai la comprensione di alcuno su questa terra. Marco nessuno lo riporterà  indietro mamma, lo so, ma  alberga nel cuore di ognuno di noi e quando si pensa a qualcuno lo si tiene in vita e per questo, cara mamma, considera tuo figlio un immortale.

 

L.G.

Luciana Gesualdo Giornalista e Scrittrice